Rampa di lancio

𝐑𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐨
dal 19 dicembre 2021 al 15 marzo 2022

Note descrittive delle opere
𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐒𝐒 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨 𝐞 𝐁𝐚𝐫𝐭𝐨𝐥𝐨𝐦𝐞𝐨, 𝐋𝐞𝐠𝐨𝐥𝐢 (aperta tutti i giorni dalle 10 alle 21)
𝗔𝗡𝗗𝗥𝗘𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗢𝗟𝗜𝗡𝗢
Crepa, 2021
Foglia oro 24k
All’interno della Chiesa, nello spazio allungato della navata, in dialogo con i richiami spirituali e simbolici della Luce, quella che filtra dai rosoni e dalle porte, ma anche quella divina, la Crepa in oro di Andrea Francolino si manifesta, lasciando spazio a quella dimensione dell’oltre che contiene pienezza e vuoto al contempo. Una dimensione che si apre oltre lo spazio e il tempo, ma anche una traccia, di una di un’azione sulla materia, la memoria visibile di una storia, di un accaduto. E poi l’oro che evidenzia il gesto, lo cristallizza in un momento eterno. Presente, passato e futuro, ma anche qui e oltre si condensano in quell’unico gesto che diventa testimone immortale di un’apparizione. Come un’icona che nella sua essenzialità è testimone di dimensioni vastissime. “La crepa -come dice l’artista- manifestazione oggettiva di un processo in divenire, nella sua centralità, suggerisce e a volte rivela un legame tra gli opposti generando infinite riflessioni”. Lo spazio della visione si moltiplica oltre l’orizzonte percepibile per dare corpo ad una dimensione alchemica che vede sulla stessa linea percettibile, punti altrimenti distantissimi.
Realizzato col sostegno della Galleria Mazzoleni, Torino-Londra
𝗚𝗜𝗨𝗟𝗜𝗔 𝗖𝗘𝗡𝗖𝗜
Lento-Violento (Ring), 2020
Metallo, resina, fibra di vetro, polveri, anello di metallo
Nel transetto, dove si aprono le due cappelle laterali, Giulia Cenci porta un’opera di ultima produzione che installa calandola dalla volta arcuata della cappella, per lasciarla osservare a tutto
tondo, sospesa nel vuoto. È Lento-violento (ring), un’apparizione arcaica e fantastica al contempo. Le due figure preistoriche si incontrano e affrontano attorno a un ring che nello stesso tempo le tiene unite come in un abbraccio, una danza. Le “creature” di Giulia Cenci nascono da resti biologici e naturali -quali scheletri di specie primordiali- e da rovine di macchinari industriali e agricoli, da corpi meccanici, che vengono uniti, assemblati insieme, come unico corpo, dando vita a ibride creature, possibili forse in quei mondi sopravvissuti dopo l’apocalisse, dove primordi e tecnologia convivono sull’orizzonte di altri mondi paralleli. Ma quello che queste creazioni dichiarano, proprio per questa loro essenza e per quella convivenza tra mondo naturale e mondo meccanico, è il rapporto con il mondo reale, con le sue forze, i suoi pesi e i suoi attriti, il lavoro e il suo inevitabile impatto sul mondo naturale. É un lavoro che materializza immaginari della nostra epoca e archetipi senza tempo, in un va e vieni tra realtà e fantasia che suscita meraviglia assieme a una certa inquietudine
e a riflessioni aperte sul nostro operare.
Opere esposte Courtesy l’artista e Galleria Spazio A, Pistoia
𝗖𝗛𝗜𝗔𝗥𝗔 𝗕𝗘𝗧𝗧𝗔𝗭𝗭𝗜
La Fonte della Giovinezza, 2021
Installazione materiali diversi
Il tema centrale attorno cui si sviluppa il progetto di Chiara Bettazzi è l’acqua, la cui simbologia è richiamata dal fonte battesimale, presente in tutte le chiese e i battisteri. Ma impossibile non rievocare anche simboli più antichi, mitologici, come quello della sorgente dell’immortalità e dell’eterna gioventù. Sulla spinta di queste riflessioni l’artista realizza La Fonte della Giovinezza, un’installazione molto articolata costituita da una serie di oggetti domestici -quali piatti, scodelle, bicchieri e di vecchi cimeli- e vetri, resti, rovine architettoniche, colonne e busti, che si aggregano, si combinano e concentrano attorno a fontane, tinozze e antiche vasche da bagno, tutti richiamati
e uniti dall’elemento acqua. Tende e drappi lucenti e cangianti incorniciano gli altari della sala, che ospitano l’acqua, fonte prodigiosa. Una pala all’altare raffigura una composizione di rami e verdi foglie, elementi vivi di madre natura. Un vecchio confessionale, divenuto lui stesso altare, raccoglie e custodisce memorie. E poi piante terrestri e acquatiche e filari di luci, come quelle usate per le feste di paese.
𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗔 𝗕𝗔𝗡𝗖𝗛𝗘𝗟𝗟𝗜
L’ombra del cielo, 2021
Pittura su muro, metallo, acciaio
Francesca Banchelli interviene invece sulla facciata esterna della chiesa rivolta al sole, realizzando una meridiana, l’antico strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del sole, attraverso l’ombra proiettata da uno gnomone. Abbiamo qui una riflessione sul concetto di tempo perché quello indicato dal sole è il tempo vero, esatto di quel luogo. La meridiana segnala con il suo gnomone solo lo zenit, incrociando solo per una volta il nostro sistema orario -a mezzogiorno- momento in cui, appunto, l’ombra dello gnomone incontra una zona metallica specchiante posta al centro della parete. Per il resto del tempo l’ombra fluttua nello spazio, senza
poter definire un’orario preciso. È L’ombra del cielo, un’opera che narra del tempo. Ma ci sono altri due importanti riferimenti che l’artista ci consegna: la zona metallica specchiante che segna il mezzogiorno è disegnata nella forma “a mandorla” di un’amigdala, che rappresenta la prima forma di sostentamento per l’uomo; questo riferimento implica il concetto del tempo come momento assoluto, ricollegandoci a tempi remotissimi, ma pur sempre presenti in noi come esperienza ancora viva. Il secondo riferimento è rintracciabile nella rappresentazione che si trova nel campo in cui si svolge il giro dell’ombra. La struttura della rappresentazione si ispira alle immagini scientifiche della formazione dell’universo -che avrebbe come vertice il big bang e che, in questo caso, è sostituito dallo gnomone metallico- e si rivolge al momento in cui tutto comincia a prendere vita. Ci troviamo proiettati in una dimensione del tempo cosmico, di genesi dell’universo e di genesi dell’uomo, cui partecipano le figure di Profetesse di cui si narra nel Libro della Genesi.
𝗘𝗠𝗜𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢 𝗭𝗘𝗟𝗔𝗗𝗔
Sometimes, 2021
Installazione sonora
Sometimes è l’installazione sonora di Emiliano Zelada realizza per il campanile adiacente la Chiesa dei SS Giusto e Bartolomeo di Legoli. L’idea parte dal desiderio di ampliare l’esperienza della scansione del tempo, cadenzato dai rintocchi delle campane, attraverso un intervento sonoro di complemento che evita ai cittadini di dover contare ogni volta i rintocchi: al suono delle campane, l’artista abbina la recita dell’orario “cantato” da un coro di bambini. In questo canto del tempo, alcune ore sono sostituite da figurazioni, quali: “buongiorno”, “la mezza”, “il pane”, parole che sopravvivono tra noi e marcano momenti particolari della giornata, suggerendo una condivisione di un quotidiano vivo.

𝐓𝐞𝐫𝐫𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐒𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐨, 𝐏𝐞𝐜𝐜𝐢𝐨𝐥𝐢
𝗗𝗢𝗠𝗘𝗡𝗜𝗖𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜
Panchine, 2009-2021
Marmo bianco di Carrara, intarsi marmo blu
Il lento processo creativo di composizione a strati delle cere, dei legni e degli intarsi preziosi che lentamente portano all’epifania di quelle cosmologie fluide che si rivolgono alla luce quale formula essenziale dell’esistere, e che si formalizzano nelle tavole e negli acquarelli di Domenico Bianchi, trovano rispondenza anche nella materia solida, nella roccia, che viene lavorata per dare vita alle
Panchine in marmo nero, rosso e bianco di Carrara, realizzate dall’artista la prima volta nel 2009 in occasione della mostra Semper in Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Un invito alla contemplazione da un punto di partenza che già poggia le sue premesse sull’infinito: la terrazza progettata da Mario Cucinella dove saranno installate tre Panchine in marmo bianco di Carrara con intarsi blu lapislazzulo, per coinvolgere lo spettatore in un processo di sguardi e di visioni, all’interno e all’esterno, dal prossimo all’infinito, in un gioco raffinatissimo tra arte e design, pittura e funzionalità pubblica.
𝗠𝗜𝗠𝗠𝗢 𝗣𝗔𝗟𝗔𝗗𝗜𝗡𝗢
Senza Titolo (Testimoni), 1997
Quattro sculture in bronzo
Sempre sulla terrazza del Palazzo Senza Tempo, rivolti verso il paese, ma proiettati sul paesaggio, appaiono quattro Testimoni in bronzo di Mimmo Paladino che, come guardiani silenziosi, si parano a difesa dello spazio e del tempo. Figure tutelari per antichi riti che aprono a una dimensione arcaica del luogo, alle origini delle comunità e delle loro usanze, in un rapporto ancora ancestrale con la natura e il paesaggio. Le figure di Paladino sono presenze iconiche, manifestazioni figurative che comunicano se stesse attraverso puri rapporti formali, referenziali e simbolici.

𝐕𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐚𝐫𝐦𝐢𝐧𝐞 𝟏, 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐯𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐏𝐞𝐜𝐜𝐢𝐨𝐥𝐢
𝗗𝗔𝗩𝗜𝗗 𝗥𝗘𝗜𝗠𝗢𝗡𝗗𝗢
Etimografie, 2021
Murales
David Reimondo esplora la naturale capacità dell’essere umano di pensare e immaginare mondi che non esistono nella realtà e su questo impulso inventa teorie sulla lingua, “materia” principale del pensiero, che viene trasformata in linguaggio visivo nuovo, attraverso diversi media. Il segno grafico realizzato, cui corrisponde un proprio specifico suono vocale, rappresenta e raffigura il significato delle parole che l’uomo usa per comunicare. È l’Etimografia, il nuovo ruolo che l’artista attribuisce a questi “esercizi di de-addestramento culturale”, cui siamo invitati a partecipare. Ecco allora che l’alfabeto dei nuovi segni si palesa, approdando sul muro frontale del Centro Polivalente,
un edificio in stile modernista disegnato dall’architetto Alberto Samonà negli anni ‘90, posto su via del Carmine.
Ma questi segni non sono soltanto un alfabeto: nascondono la dichiarazione poetica da cui muove le premesse il lavoro di Reimondo, che inizia enunciando “Il muscolo del pensiero è il cervello. […]”, fino alla costruzione di quelli che Reimondo definisce “[…] nuovi mondi”. Un progetto che si interfaccia in modo interattivo col pubblico anche grazie alla presenza di QR Code che l’artista pone accanto al murales, che sveleranno al pubblico, in mondo semplice e diretto, quel misterioso nuovo linguaggio e il suo messaggio nascosto.
Realizzato col sostegno della Galleria Mazzoleni, Torino-Londra

𝐏𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨, 𝐏𝐞𝐜𝐜𝐢𝐨𝐥𝐢
𝗣𝗔𝗢𝗟𝗢 𝗣𝗔𝗥𝗜𝗦𝗜
Il respiro delle piante che produce cielo (blues)
Pittura muraria, installazione sonora e luminosa
Un intervento col colore, direttamente sulla facciata di un bel palazzo con loggiato su Piazza del Popolo, dà vita all’opera Il respiro delle piante che produce cielo (blues). Ispirato dagli affreschi del quattrocento -di cui il territorio di Peccioli conserva un bellissimo esempio nell’opera di Benozzo Gozzoli a Legoli- e dal suggestivo paesaggio, l’artista ha lavorato colorando la facciata del palazzo, scegliendo i toni del cielo nelle sue molteplici gradazioni di blu che, nel campionario RAL cui spesso fa riferimento nelle sue opere- vanno dal “violetto, al
verdastro, toccando sfumature di oltremare e zaffiro, fino al nerastro e al grigio, per poi toccare onde di azzurro […], tutti possibili attributi del cielo, con una griglia sfumata che all’esterno ci parla di possibili divisioni degli interni del palazzo nascosti in facciata” (cit. Paolo Parisi). Le stesse gradazioni del colore svengono poi rispecchiate sotto il loggiato, generate questa volta
da flussi luminosi che, giorno e notte, irradiano le tonalità dei blu (blues), reagendo alle sollecitazioni ricevute dalle piante poste sulla terrazza, che trasmettono, grazie a specifici sensori,
le “sensazioni" legate ai cambiamenti atmosferici e di luce, che naturalmente ci sfuggirebbero, rendendoci insensibili alla loro vita. “Sensazioni” che vengono restituite in forma sonora (blues) e che rispecchiano Il respiro delle piante, quel respiro che produce il cielo sopra di noi.

𝐕𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐳𝐳𝐢𝐧𝐢, 𝐁𝐚𝐫 𝐂’𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚, 𝐏𝐞𝐜𝐜𝐢𝐨𝐥𝐢
𝗣𝗔𝗡𝗧𝗔𝗡𝗜-𝗦𝗨𝗥𝗔𝗖𝗘
The other Party, 2021
Installazione, flipper, luce neon, luci per esterno
Un flipper installato negli spazi del Bar C’era una volta, sul viale Mazzini al numero 53, è collegato ad un dispositivo che trasforma il suono prodotto durante il gioco in impulsi elettrici che, a loro
volta, danno vita all’accensione di linee luminose installate all’esterno, lungo il Viale Mazzini. Le linee luminose colorate tagliano il paesaggio, si accendono e si spengono confondendo la linea dell’orizzonte. Ma il loro ritmo di accensione non è programmato: “L’andamento del gioco stabilirà la regia della luce. Tutto di pubblico dominio ma invisibile a chi, dall’altra parte (The other party), sta giocando. L’isolamento fisico ed emotivo di un giocatore, la sua inconsapevole interazione con la linea di luce che vibra nella intermittente accensione, come il battito delle ciglia di chi la incrocia, cuore pulsante di una città che la fa sua, in una frenetica emozione”. Così descrivono la loro installazione Lia Pantani e Giovanni Surace

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