Coco MILAREPA. Un viaggio nell’anima in ventuno illustrazioni

Una mostra virtuale delle opere di Giuseppe Coco

Dal 7 al 21 settembre le opere visitabili on line


La rassegna PIÙ IN GRANDE, curata da Cristoforo Moretti, si conclude, dopo le mostre digitali dedicate ad Aldo Di Gennaro, Fernando Carcupino, Sergio Tisselli e Primo Marcarini, con 21 sorprendenti lavori dell’indimenticato Giuseppe Coco.

Mito nel mondo della vignetta umoristica italiana, Coco ha sviluppato in parallelo con la sua attività professionale una ricerca privata, spirituale, culminata in una serie di incredibili immagini che vengono presentate per la prima volta in formato digitale, magistralmente introdotte da Chiara Gatti. Per questa occasione la figura umana di Coco viene ricordata da Francesco Botter, allievo ed amico del maestro siciliano.


Ricordi di allievo

di Francesco Botter

Nella serie di tavole dedicate a “Milarepa” il Coco disegnatore umorista si fa da parte, per emergere nella sua interezza di artista.

Il segno grafico e la cifra stilistica si sciolgono dai vincoli imposti dall’incarico professionale e raggiungono totale libertà di espressione, dove l’abilità dell’illustratore si perfeziona con una visione propriamente pittorica, figurativa e astratta insieme e la maestria della tecnica diventa vettore della sensibilità umana.

Allo stesso modo, sulla superficie della carta si fondono armoniosamente colori a tempera e inchiostri di china, la carezza morbida del pennello si sposa con il graffio del pennino, in una tavolozza di colori che sembrano carichi di luce ardente emanata dall’anima.

La ricerca artistica diventa per Coco lo strumento per indagare e approfondire la conoscenza di una disciplina spirituale cui sentiva di appartenere e la figura e la storia del poeta tibetano gli offrirono l’opportunità di sviluppare una narrazione a immagini che diventò lo sbocco naturale di un’ispirazione maturata nell’intimità più profonda.

Così, a differenza dell’immagine professionale, che lo vide celebre, pubblicato e apprezzato in tutto il mondo, Coco sviluppò la propria ricerca artistica proteggendola nella sfera privata dell’esistenza, con dedizione assoluta, e senza sentire l’urgenza di confrontarsi con il parere e il giudizio del pubblico, fatta eccezione per qualche fortunato, da lui considerato meritevole, cui permetteva il privilegio di varcare la soglia della sua proverbiale riservatezza.

In una sua frase, Adolf Wildt sosteneva: “L’unica cosa importante nell’arte è il silenzio dell’artista mentre lavora”.

L’affermazione del grande scultore trova conferma nel Coco poco conosciuto, l’artista impegnato con abnegazione al suo lavoro, in operosa solitudine e immerso nel silenzio indispensabile della creazione. 

In questa felice serie di opere a tema Coco ci sorprende ancora con la migliore interpretazione dei suoi ineguagliabili traguardi estetici, propri della cifra stilistica con cui tutti lo riconosciamo, lasciando una traccia indelebile del suo passaggio nella grandiosa storia dell’arte italiana che da sempre il resto del mondo ci invidia.


La neve e il leopardo

Le tavole di Coco per Milarepa

Chiara Gatti

«È di notte che è bello credere nella luce» diceva Edmond Rostand, il drammaturgo francese, padre del celebre Cyrano de Bergerac. Il suo romanticismo, lirico e storico allo stesso tempo, lo fece riflettere a lungo sulle ombre della mente e sui dubbi del cuore, sulle tenebre e sulla luce come aspetti complementari dell'esistenza. Lo stesso dualismo anima nel profondo il ciclo di dipinti che Giuseppe Coco (Biancavilla, Catania 1936 – 2012) ha dedicato, fra la fine degli anni Ottanta e il Duemila, alla figura ipnotica di Milarepa. 

Coco, che fu artista versatile e geniale, capace di misurarsi con la satira più amara e, contemporaneamente, con i temi più poetici dell'umana commedia, coltivò – lontano dai clamori del pubblico e della critica, dalle pagine patinate delle riviste di costume e dall'ironia della sua mano di illustratore – un attaccamento intenso con la spiritualità tibetana e con la cultura orientale. 

Sullo sfondo della sua attività quotidiana, punteggiata di collaborazioni con grandi periodici come Comix, il Corriere della Sera, Epoca, Horror, l’Espresso, la Repubblica, La Settimana Enigmistica, Panorama, Relax e Zoom, oltre ai popolarissimi Playmen e Playboy, Punch o il giornale umoristico francese Hara Kiri (precursore del Charlie Hebdo), Coco approfondì in privato i temi mistici di un racconto epico come quello della rinascita spirituale di Milarepa, del suo ritiro e della sua meditazione. Momenti diversi di una crescita interiore che l'artista ha tradotto in tavole potenti, dai colori lisergici, le forme sofferte. Come sofferta fu la lotta del monaco contro il male. 

Ecco allora il suo corpo mistico avvolto dalle fiamme emergere dalla terra, fluido come una lingua di fuoco. Eccolo mutare sembianze, angelo armato o creatura ferina, un leopardo nascosto nella Grotta dei demoni, dove si consuma la battaglia fra l'ordine e il caso, il sole e l'oscurità. Ed eccolo ancora, yogi ascetico, sull'orlo di un dirupo, chiuso nel suo silenzio, nel suo raccoglimento. 

Coco lo ritrasse con la commozione di chi percepisce nell'intimo il dramma dell'uomo davanti alla durezza marziale della vita, al peccato e alla violenza. Un istinto quasi escatologico domina scene teatrali e frenetiche, zeppe di personaggi affollati nel buio, scheletri e scimmie, teschi e serpenti. Raffigurazioni delle paure, delle tempeste che scuotono le coscienze, degli spiriti che tormentano il corpo e la ragione. Il sonno della ragione genera mostri, s'intitola uno dei capolavori grafici di Francisco Goya. E, ancora una volta, il retrogusto romantico della ricerca di Coco emerge nella carica sublime del suo immaginario. I mostri prendono il potere laddove la mente non reagisce. Ma la mente di Milarepa non dorme mai. Sola, fra le vette del Tibet, fra il ghiaccio e la neve, combatte i demoni che tentano di abbatterla, forte di quel calore mistico che Coco ha saputo evocare attraverso i toni roventi della sua tavolozza: il giallo zolfo, il rosso fuoco, il nero pesto come la pece. Il calore della meditazione scalda il corpo che non teme più alcun freddo. «La mia veste cadde come consunta dal fuoco» scriveva Milarepa nel suo Demone delle nevi e Coco lo ritrasse, infatti, scosso da una vampata ardente di fede e di magia. 

L'ombelico di Milarepa, una tavola splendida del 1996, celebra il plesso solare come sede di un focolaio, celato sotto la pelle e fra le viscere, che soltanto una profonda inspirazione può accendere come una miccia. La spina dorsale veicola la scintilla e il corpo fiammeggiante raggiunge una dimensione sovrannaturale. Un processo di illuminazione morale che Coco ha trasformato magistralmente in pittura, affidandolo al suo segno liquido, al gesto istintivo, memore dei modi del grande informale europeo, di Jean Dubuffet o di Karel Appel, mescolati alla tensione dei volumi, tipica invece di Francis Bacon, al suo urlo della carne che si fa pensiero. 

Una sapienza espressiva maturata in lui sin dagli anni Settanta, dalla prima mostra di pittura al Milan Art Center, avanti fino alla maturità, quando, oltre alla vocazione per il disegno come mezzo di comunicazione col mondo, la pittura rimase per Coco un mezzo di comunicazione con se stesso e con la propria anima. Un po' come accadde con il ciclo straordinario (e coevo) delle tavole per la Metropolitana milanese. Un altro viaggio dentro le viscere della terra, a caccia di altri demoni, sognando – come sosteneva Rostand – un'altra luce al di là della notte. 


Per visitare la mostra è sufficiente andare sul sito della Fondazione Peccioliper a questo link http://www.fondarte.peccioli.net/mostre.php


Sarà possibile visitare la mostra, dal 7 al 21 settembre, scorrendo le immagini e ingrandirle in modo da osservarne i dettagli.

In accordo con il Comune di Peccioli chi vorrà potrà effettuare comunque una donazione libera alla Misericordia di Peccioli, tanto attiva e presente nella vita dei cittadini durante l’emergenza Covid-19 (a questo iban: IT 49 A 05034 71100 000000000460 c/o BPM Peccioli)

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